Partecipazione popolare, ddl a fine corsa e Rossi prova ad apparire politico “illuminato”.

E’ arrivata nella notte la notizia che non ci sarà l’annunciata seduta di Consiglio provinciale del 27 agosto, per discutere il disegno di legge d’iniziativa popolare per implementare gli strumenti di partecipazione popolare in Provincia di Trento. Il d.d.l. 1/XV, il primo della legislatura in quanto presentato già nella precedente, arriva così a fine corsa senza essere neppure votato, nonostante il suo iter sia iniziato nell’ormai lontano 2012.

Ora, il Presidente Rossi si sta addirittura stracciando le vesti perché, dice lui, l’iniziativa popolare dev’essere rispettata e non capisco perché si voglia impedire l’esame e il voto consiliare”, ovviamente addossando ogni colpa ai capigruppo di minoranza che hanno anticipato la loro contrarietà, in particolare riguardo alla riduzione del quorum di validità dei referendum provinciali.

Ora, al netto delle valutazioni di merito personali, che mi vedono favorevole all’eliminazione del quorum, come peraltro previsto nel ddl originario e come ho già avuto modo di esprimermi ancora quando ero consigliere comunale della città di Trento, appare curioso che Rossi voglia pure accreditarsi come difensore delle iniziative popolari. Va ricordato che era stato lui a “segare” il ddl portato in Consiglio con le firme di oltre 4000 cittadini, dai 51 articoli originari, ai 7 articoli con i quali sarebbe dovuto arrivare in aula. Se vogliamo chiamarlo “compromesso”, possiamo anche prenderci in giro. Sembra anche che sia arrivata da Rossi stesso la proposta di riportare in aula a fine legislatura questo disegno di legge.

In questo modo Rossi ha ottenuto tre risultati in uno: fermare il disegno di legge, addossare la colpa ai capigruppo di minoranza, e provare anche a fare la figura del politico illuminato.

Per quanto riguarda i contenuti che non vorrei dibattere in questa sede, perché avrei voluto potermi esprimere nell’aula consiliare, lascio solo uno spunto di riflessione. Il referendum per la riforma costituzionale, per capirsi il referendum “di Renzi” del 4 dicembre 2016, era senza quorum. Lo prevede la legge. Ora, se per una riforma della Costituzione non è previsto un quorum, che senso ha che sia previsto per un referendum magari consultivo, quindi neppure vincolante per l’amministrazione? Altra cosa, senza quorum abbiamo visto tutti come il dibattito sui contenuti referendari è letteralmente fiorito come non si vedeva da anni, con numerose serate (organizzate trasversalmente da tutti i partiti) per i cittadini che discutevano nel merito delle varie modifiche proposte. Non si può dire lo stesso per gli ultimi esempi di referendum abrogativi, sia nazionali che provinciali: ricordiamoci quello provinciale per abrogare le Comunità di valle, con una partecipazione al 27%, perché qualcuno invitava ad astenersi o ad andare al mare. Ecco, con il quorum si sommano ai contrari anche chi si astiene volontariamente e chi non va a votare per mille motivi, falsando il risultato e facendo scadere il dibattito elettorale.

E’ per questo che AGIRE per il Trentino ha voluto inserire nel suo programma un riferimento anche al miglioramento degli strumenti di partecipazione diretta dei cittadini, su modello dei migliori esempi a livello internazionale, anche per conferire nuova rappresentatività ad istituzioni da troppo tempo chiuse su se stesse.

Claudio Cia
consigliere provinciale di AGIRE per il Trentino

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