Fuga di cervelli, non basta il pifferaio magico per far tornare i nostri giovani…

Se molti conoscono la storia del “Pifferaio magico”, in pochi sono a conoscenza delle sue origini. In una delle molteplici versioni della fiaba il pifferaio, dopo aver allontanato i ratti e non essere stato ricompensato per i suoi servigi, rapisce i bambini del borgo di Hameln (Germania) e, attraverso una grotta, li conduce in Transilvania. Gli storici che si sono occupati di studiare le origini di questo racconto hanno affermato che il pifferaio della fiaba possa essere stato, nella realtà, uno di quei reclutatori che nel 1300 giravano per le terre tedesche raccattando i giovani bisognosi con lo scopo di fondare nuove colonie nella Germania Orientale e nell’Est Europa.

È evidente che i tempi siano cambiati. Quello che è meno evidente è il motivo per cui i nostri giovani, dopo aver concluso il loro percorso scolastico e di formazione (tuttavia in alcuni casi essi scelgono di andarsene prima), continuino ad abbandonare la loro terra natia per cercare fortuna all’estero. Alcuni attribuiscono la causa della fuga dei cervelli italiani al crescente arrivo di migranti economici sulle nostre coste, come se un lavoratore altamente formato e specializzato potesse essere sostituito da chiunque (è indubbio invece che il sistema dell’accoglienza pesi sulle casse italiane e che i suoi costi si riverberino anche sulle imprese che, pagando più tasse, possono investire di meno).

Altri invece sostengono che i giovani preferiscono andare all’estero perché qui non trovano il lavoro dei loro sogni, quello per cui hanno studiato e si sono impegnati. Questo è dovuto essenzialmente al fatto che il mercato del lavoro italiano non è pronto ad accoglierli, in virtù dei costi che un’assunzione comporta e del ridotto livello di sviluppo del nostro Paese che implica una limitata tipologia di lavori disponibili. Oltre a questo le nostre università non riescono a preparare adeguatamente i giovani al mondo del lavoro ed essi ne escono sì con votazioni elevate, ma con scarsa esperienza.

È evidente che non basta il pifferaio magico per far tornare i nostri giovani dall’estero (e per evitare che altri lascino il nostro Paese) ma serve un intervento da parte della politica nel senso di alleggerire la burocrazia e i costi che le nostre aziende devono sostenere per assumere giovani e di favorire gli investimenti in grado di portare sviluppo e creare nuova occupazione. Oltre a questo sarà necessario studiare un percorso formativo che prepari maggiormente i giovani al mondo del lavoro e creare un effettivo ponte tra imprenditori e studenti/lavoratori in grado di far incontrare le esigenze di entrambe le parti.

Michael Moser – Responsabile programma AGIRE per il Trentino

 

La lettera sul quotidiano “Corriere del Trentino” del 24 luglio 2018:

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